Riflessioni che vengono a Galla
16.09.2024
Stupisce un dibattito che si è aperto poco fa sull’età degli alberi del bosco di via curtatone, per cui il sindaco si è sentito di tirar fuori la carta vincente dell’evoluzione temporale delle ortofoto per chiamare questa lotta un’ecoballa e chi si è mobilitato un finto ambientalista. Nelle foto d’archivio più vecchie di cui disponiamo, il bosco contro il cui abbattimento stiamo protestando oggi, non esiste. Si vedono, dall’alto, i due cedri presenti sull’ingresso di via curtatone e qualche altro albero in crescita. Il bosco simile a come lo vediamo oggi, compare per la prima volta in una foto del 1998.
Una delle prime informazioni che mi sono state date su quel posto è quella sulla piantumazione degli alberi da parte di un gruppo di bambini per un progetto scolastico, e da quel momento è cresciuto e si è trasformato fino a diventare ció che era il 5 agosto, prima dell’inizio della prima parte dei lavori di abbattimento. Non me la sento di inserire tra i motivi per cui dal mio punto di vista quegli alberi dovrebbero restare in piedi la loro vecchiaia, secolarità o purezza naturale. È un approccio che divide fortemente la natura dal sociale che la circonda, rinforzando il binarismo che ha posto in due categorie differenti natura e cultura, e ha dato modo alla cultura di operare una non indifferente determinazione e dominazione della natura. Quello che io credo è che il loro rapporto sia di costante mutualismo e trasformazione reciproca. Anche il 5 agosto quel bosco è stato nuovamente trasformato, non solo materialmente ma anche simbolicamente, nell’opportunità di accogliere nuovi significati, quelli espressi da chi si è mobilitato fin’ora opposti a quelli imposti dal sindaco della città. Che dei tecnici vengano a valutare la monumentalità degli alberi, o a trasferire la fauna, è qualcosa di ininfluente sulle possibilità che abbiamo di riconsiderare l’importanza del bosco, soprattutto quando questo si trova in forte contatto e prossimità con i luoghi vissuti dalla società. Il bosco di via curtatone è stato piantato per esigenza di bambini e maestre, è cresciuto perchè lasciato vivere di vita propria, è stato abbattuto per metà perchè considerato insignificante ed espropriabile, verrà difeso con la lotta perchè ne riconosciamo l’importanza e non la diamo per scontata. Ma non siamo solo noi a trasformarne il significato, è anche lui a trasformare il nostro. Credo che tutte le persone che si sono mobilitate per salvarlo si stiano muovendo in ottica preservativa, trasformativa e partecipativa. Ottica che stimola la capacità critica e decisionale delle persone per i loro stessi quartieri, per la loro salute e per i loro bisogni, perchè non vengano decisi e imposti da altri. Non si tratta quindi solo del bosco, ma di essere in grado di prendere delle scelte e valorizzarle, espanderle, moltiplicarle ed eterogeneizzarle perchè possano essere ascoltate, piuttosto che delegare gli strumenti trasformativi a chi ha il potere di stravolgere e devastare le vite altrui. C’è volontà ci riprendersi in mano le proprie esistenze, chiedendo al vicino ció di cui ha bisogno. C’è la possibilità di rimettere in evidenza ció che ci connette a chi condivide la nostra stessa dimensione storico-sociale (persona, albero, animale che sia), e di notare tutta la reciproca influenza. Devastare un bosco, anche se questo viene poi ripiantato altrove, abbatte quell’influenza. Eliminare le scuole di quartiere per ricostruirle altrove, abbatte un’opportunità di rapporto tra i bambini che le frequentano e il quartiere stesso. Il tutto per una politica sempre più improntata a dividere e spezzare i nostri legami, a catapultarci nell’insignificanza, che, peró ha valore monetario. L’ente parco del ticino lo sa bene e se ne frega, accettando con facilità la somma di 250 mila euro per “compensare” gli alberi abbattuti e ripiantarli da un’altra parte, chissà dove, come se l’ecosistema di cui sono parte non esistesse. (La conquista urbana del verde, alla quale non vogliamo assistere, è infatti basata sulla sua valorizzazione monetaria, e sulla conseguente perdita del suo valore socio-naturale, e conduce allo spezzarsi dei legami che lo collocano in uno specifico contesto spazio-temporale, e al dimenticare l’importanza di ciascun elemento per quel contesto. La valorizzazione monetaria porta a considerare la natura come sostituibile mediante la compensazione, essa stessa è 250mila euro prima di essere, forse, nuovamente pianta.)
Abbiamo ricostruito l’importanza biologica del bosco urbano, nel luogo in cui si trova, per chi ci vive attorno. al contempo individuiamo e inseriamo questioni antispeciste che valorizzano le necessità biologiche non umane, e queste stesse in correlazione all'umano.
Il bosco urbano prende anche lo stesso significato delle realtà animali in via d'estinzione, una dimensione in cui il collasso climatico pone anche la specie umana. così come la realtà al margine, questo bosco sfugge al controllo, viene dimenticato, e reinterpretato dal potere per essergli funzionale. Il potere che si vuole far gentile, che promette riqualificazione e rinnovamenti che sparge come regali ad una cittadinanza che non puó non essere d'accordo: nuove scuole, ambiente migliore per imparare, dedizione per la crescita della gioventù, finanziamenti che arrivano dall'unione europea e quindi non pagati dalle tasse dei cittadini. un ingente somma di soldi che peró se ne fotte dell'opinione dei quartieri, per l'azione di un potere centralizzato che cerca, nella sua trasparenza, silenzio e venerazione.
Qualsiasi opera di riqualificazione ci implica e quindi chiede la nostra partecipazione attiva. Siamo posti quotidianamente di fronte a scelte di questo tipo e ci annulleremo se continuiamo a delegarle a chi pensa di saperne di più, ma per farsi valere deve comunque affidarsi alle forze dell’ordine. La nostra mobilitazione, la nostra resistenza, la nostra alleanza, preserva afferma e fa dilagare la nostra libertà e sarà lente d’ingrandimento sui diversi linguaggi attraverso cui la libertà altrui s’esprime. Così come non ci vogliamo dominate e controllate, così come non siamo gestibili e subirdinabili, rifiutiamo dominio, controllo, gestione e subordinazione della natura. Questi attributi si possono ritrovare nelle odierne politiche urbanistiche di riqualificazione e rigenerazione del territorio, anch’esso educato ed ingabbiato … un destino comune. Il progetto scolastico che ha dato vita a questo bosco non è un’idiozia, ma il frutto di vitalità e libertà e intelligenza collettiva congiunte nella trasformazione del mondo. Ad oggi non importa da quanto esiste, importa che esista ancora nonostante qualcun’altro abbia progettato il suo abbattimento. La sua trasgressione rispecchia la nostra e insieme abbiamo creato una dinamica alleanza che ci consente di ricostruire la nostra interconnessione e il suo costante mutamento, legato alle pratiche materiali e discorsive che scegliamo di mettere in gioco. Il cambiamento del bosco sarà infatti imprescindibile dalle onnipresenti relazioni di dominio e subordinazione, accesso ed esclusione, emancipazione e repressione. Stiamo interagendo in un ecosistema che è comune e questa lotta ci dimostra la possibilità di abbracciare politiche alternative di costruzione di ció che è comune. Creare alleanze e connessioni, parlarne, amplificarle mediante una politica dal basso ci permette di portare alla luce ció che il sottobosco di Via Curtatone ha fatto fin’ora: come microcosmo sotterraneo ha garantito la preservazione dei legami e la rigenerazione della vita.
Alcuni pensieri di quest'ultimo mese
giugno 2024
Le continue trasformazioni di questa società avvengono sotto i nostri occhi, insieme al racconto della nostra individuale capacità trasformativa, sempre più in linea con un’unica possibilità di viversi questa realtà: stare bene adagiandosi nell'ignorare o diffidare del male altrui. La s. vuole che proviamo delle specifiche e utili emozioni, quelle che facilmente diventano la base della diffidenza e dell’ignoranza. Emozioni che sorgerebbero naturalmente, ma che vengono inquadrate, definite e direzionate prima che nascano. Lo spazio che nel nostro cuore è riservato a coltivare emozioni, viene usurpato da sentimenti che non ci appartengono ma che trovano la loro origine nei modi di pensare socialmente accettabili, funzionali al mantenimento dell’ordine imposto (ordine come sistema di organizzazione sociale dove il disordine e la punizione sono previsti). In un momento di crisi, trovare a chi dare la colpa è quasi naturale. Quasi, perchè lo sarebbe di più individuarne la causa, che la colpa. Ma il sistema ha bisogno di dare la colpa, creare un nemico, perchè sussista l’attuale potere dominante e affinchè non si costituisca un’uguaglianza sociale per la quale i ricchi dovrebbero mettere da parte i loro interessi. Si generano paura e odio nei confronti di un’alterità, e l’acriticità delle emozioni provate rende molto semplice il passaggio tra l’individuazione di un capro espiatorio, detestarlo e averne paura, giustificare l’azione oppressiva operata nei suoi confronti per il benessere di un disegno più grande, al quale la nostra stessa vita è utile. La nostra utilità sta anche nel nostro provare odio, paura e giustificare o essere coloro che accettano la delega di oppressori. La gerarchia tipica dell’oppressione sembra non rimandare ad altro, sembra avere cause ed effetti in sè, ma nasconde una catena di deleghe su deleghe del titolo d’oppressore, a nome di un grande sistema che si impone sull’oppressore stesso, in grado non di produrre ma solo di riprodurre il sistema. Non è però immediato compromettere la nostra identità e scoprire come vuote le etichette "anti" (fascista, razzista, colonialista ecc.) che le affibbiamo, per finire a pensare di essere noi oppressori, o a provare disagio per il nostro privilegio. Il pacifismo ha contagiato l’approccio a qualsiasi problematica, per cui è più importante che non esistano emozioni negative a riguardo piuttosto che non esista più la problematica. Mi pare ci sia un’estrema difficoltà nell’andare al nocciolo del problema, quasi questo fosse talmente freddo da non essere empatizzabile.
Qualcosa ci tiene a distanza. In dovere di provare paure inventate e relegate a pulirci le ferite di cui non riconosciamo la causa, per la nostra incapacità di vedere il futuro perchè intimorite dalla prefigurata catastroficità di questo, non ci accorgiamo dei cambiamenti, tenuti insieme dalle stesse emozioni imposte. Perchè, siamo forse indifferenti a ciò che sta al di fuori della nostra personale dimensione? Queste emozioni, per come nascono, ci mantengono scollegate dalla realtà che effettivamente viviamo. Quale tendenza della società si afferma ogni giorno di più, sotto ai nostri occhi, in modo da sfuggirci? La s. dice “prova queste emozioni” e ogni sua manifestazione riproduce l’imperativo. In più si vedono collateralmente spuntare quelle emozioni annichilenti, in grado di autoalimentarsi, confuse, senza giustificazione se non nelle definizioni psichiatrizzanti, dalla malattia mentale alle neurodivergenze ai più svariati disturbi esistenziali di cui avere esperienza. Quelle che generano i comportamenti comunemente chiamati devianti, dei quali viene costantemente invisibilizzata e sostituita la causa. Quelle condannate in sè, sottoposte a giudizi moralisti, scollegate dall’humus da cui e in cui si riproducono.
Che storia hanno le emozioni proposte? Che storia hanno la nostra rabbia, la nostra tristezza, la nostra voglia di scappare da questo mondo, il nostro senso di impotenza, la demoralizzazione, l’impressione di star perdendo la testa? Quali sono le uniche emozioni “negative” che possono trovare spazio per dispiegarsi e trovare il loro senso in questa società? Quali persone hanno il diritto di provarle?
Attentati, virus, guerre, tensioni sociali di vario tipo hanno spianato il terreno all’emergenzialità. La crisi economica era già stata immaginata? Ogni crisi è il momento perfetto per la costruzione dellx nemicx, dallx terroristx, all’immigratx, allx senzatetto, all'anarchicx, allx no vax ecc.. Identità profilate con abbastanza dettagli perchè non vengano messe in dubbio. Identità che si rafforzano di ciò che suscitano nella gente, come se il pericolo e la paura si generassero in contemporanea. E’ più probabile che a generarsi sia prima la paura, e la costruzione del nemico approfitta dell’indefinitezza di questa emozione, della sua precarietà. E’ un meccanismo efficace nella sua capillarità, dalla prevenzione al controllo mantiene viva l’emozione collettiva utile alla sua esistenza, e utile all’esistenza di questa società. Nonostante la società occidentale capitalistica (quella in cui viviamo chiaramente), con il suo apparato culturale si dichiari universalmente valida e attraverso la negazione crei un'alterità nemica altrettanto universale, non può considerarsi integra perchè non può nascondere la disintegrazione a cui va incontro, un mondo che sta cadendo a pezzi. Subito, però, il problema viene spostato su un piano che ne invisibilizza la causa reale.
Ora, in maniera sempre più evidente, il dissenso viene represso. Il dissenso si oppone ad una normalità che vuole passare come universalmente data, e non come costruita e affermata su sè stessa, sulla negazione dell'alterità, sulla creazione costante di alterità da negare per potersi affermare. Un'esistenza dissidente non si pone necessariamente in netto contrasto con la normalità (ne può condividere caratteristiche ed opinioni), ma solo per il fatto che devia leggermente dalla norma, essa dev'essere negata. Pare che nella definizione di questa norma dal punto di vista legislativo vi siano molte lacune, per cui ci ritroviamo di fronte a nuovi disegni di legge votati a colmarle, per definire una norma sempre meno in grado di accogliere dentro sè la differenza, sempre più in grado di dichiarare diversità dai confini chiusi e impenetrabili. La normalità si struttura come le diversità che dichiara, su differenze identitarie che non ammettono la rottura dei loro confini. Negare la presenza delle differenze, reprimendole, non ne elimina la presenza, piuttosto ci priva della possibilità di trovare un senso alla varietà che ogni giorno incontriamo. Siamo incapaci di notare i nessi relazionali che darebbero un senso alla nostra realtà, se solo avessimo la possibilità di averne piena esperienza. Nelle grandi città soprattutto, sono venuti meno i nessi, i legami, le relazioni che abbiamo con altri e con la nostra esistenza. E' venuta meno la nostra capacità, o non ce l'hanno mai insegnata, di individuarli e far fronte alla confusione che si genera di fronte all'iperstimolazione, alla società globalizzata, alle infinite ed ineliminabili differenze. Si creano legami solo tra esistenze omologate, lo stesso legame che però esiste con la nostra immagine vista allo specchio. Non c'è comprensione dell'altro, solo rispecchiamento. E di fronte al diverso? Si genera un'ingestibile confusione, terreno fertile per la coltivazione di quelle emozioni socialmente alimentate che respingono qualsiasi possibilità di incontro e scambio. Abbiamo la possibilità di essere altrx da ció che siamo, di respingere la paura, di riconoscerci. Perché, per il nostro orientamento nel mondo, ci fidiamo di quelle emozioni socialmente riconosciute, il cui unico effetto é la diffidenza e la frammentazione del tessuto sociale? Perché la sensibilità e la spontaneità con cui mobilitiamo corpo e mente per evitare che vengano abbattuti degli alberi, é un sentimento d’ingiustizia a cui è vietato trovare legittimità o senso collettivo? Perché la rabbia che ci porta ad avvicinarci al margine, viene misconosciuta e riportata alla normalità come paura del margine? Perché il nostro bisogno di lottare ferocemente contro la nostra stessa negazione, viene moralmente traviato verso il supporto di quella negazione?
Sul giorno 20/06, passato a difendere lx alberx e lx compagnx sul terrapieno di viale Aldo Moro.
Abbiamo avuto la prova di come la vita è l'opposto di ciò che viene chiamato civiltà, dello sviluppo, del progresso, della modernizzazione, di qualsiasi idea di riqualificazione e miglioramento proposto da chi sta al potere. Ci dicono che dietro a tutto questo, dietro alle scuole, al tram, alla città-cantiere non ci sono interessi privati, ma un utilizzo consapevole dei fondi del pnrr, il piano nazionale di ripresa e resilienza. E' così che ci si riprende da una crisi? Sacrificando vite? Una rinascita il cui prezzo è la messa in pericolo di vita delle persone, l'abbattimento di qualsiasi libera esistenza. Giovedì abbiamo avuto la scioccante dimostrazione di come un progetto approvato da questo comune e tutto ciò che vi circola attorno, sia per il comune stesso più importante della vita dellx sux cittadinx. L'ondata di violenza da cui siamo state travolte è vergognosamente figlia di una mentalità che può esistere solo come dittatura sul corpo e sul territorio, e per fare ciò deve sacrificare vite, radere al suolo divergenze, espropriarci del nostro rapporto con l'ambiente di cui siamo parte, misconoscere e sopprimere chi decide di pensare diversamente dall'egemonia, come tutte coloro, umane e non umane, la cui esistenza è considerata superflua. Rifiutiamo qualsiasi proposta di riqualifica che questo sistema ci propone, perchè ci significa un ordine, una sicurezza, uno sviluppo che in questa atmosfera puzzano di privatizzazione, marginalizzazione sociale, arricchimento, pu(o)lizia e sostituzione. Un’affermazione della specie che non avrà la nostra partecipazione nè il nostro passivo restare a guardare. Una repressione che non ci distrae nè spaventa. Ai nostri posti ci troverete.