CPR di Trapani Milo: Aggiornamenti sulle violenze e resoconto di un saluto ai prigionieri

18 Marzo 2025

Continuano gli abusi polizieschi e giuridici all’interno del CPR di Trapani Milo. Dalla riapertura a ottobre dell’anno scorso, dopo essere stato reso inagibile dai prigionieri, già a novembre i detenuti reagivano rivoltandosi e opponendosi ai trattamenti inumani del centro. Le condizioni detentive non fanno che peggiorare nonostante all’interno si cerchi di percorrere ogni strada possibile tra battiture, scioperi del carrello e instancabilrivolte violentemente represse di cui noi all’esterno siamo solo in parte informati.

I detenuti continuano ad essere ostacolati nella possibilità di contattare le famiglie, gli amici o gli avvocati. A Milo per chiamare chi è fuori bisogna usare la cabina telefonica con una carta, al costo di 5 euro per soli 25 minuti di uso (la lista di attesa è di al meno due giorni). Per pagare queste telefonate o fare la spesa tra le poche possibilità di acquisto, le persone recluse ricevono 8 euro ogni 5 giorni da parte dell’ente gestore. Per molti, l’unica opzione è usare il proprio telefono accollandosi di parlare nell’ufficio delle guardie, sotto le orecchie degli sbirri, in una stanza ben decorata per camuffare, agli occhi esterni che potrebbero connettersi in videochiamata, le condizioni in cui sono costretti i reclusi. L’unica modalità per portarlo in sezione è accettare di distruggerne la fotocamera, ovvero essere impediti a fare foto o video che possano mostrare la situazione dentro: cibo scadente, letti scomodi, bagni insalubri. L’imposizione di questa condizione è volta ad ostacolare la già minima possibilità di vedere lx proprix carx in volto e vietare di fatto la documentazione delle violenze della polizia. Tutto ciò collocato direttamente nello schema di isolamento sempre più asfissiante a cui sono sottoposte le persone nei CPR. I reclusi questa condizione la rifiutano.

Chiunque si ritrova a stare dentro il CPR di Milo cerca da sempre modi individuali e collettivi per autodifendersi. In primis l’evitare di mangiare il cibo imbottito di psicofarmaci con cui le cooperative che gestiscono queste gabbie di tortura provano a sedare le persone in un’ottica di mero profitto. Come nel caso di Officine Sociali, che è risultata assegnataria della gara da 4.923.273 EUR per gestire il CPR di Trapani, la somma più alta tra quelle ottenute da contratti firmati con Prefetture di tutto il Sud Italia. La cooperativa, che dice di battersi per la “promozione umana” e di ispirarsi allo “spirito mutualistico e solidaristico”, è infatti ben inserita nel business dell’accoglienza e della ancor più lucrosa detenzione. Risulta responsabile anche della gestione del CPR di Palazzo San Gervasio (PZ) e in Sicilia gestisce anche il CPA/CARA di Caltanissetta Pian del Lago, altro snodo centrale della macchina del confinamento e della deportazione sull’isola, per la cui gestione Officine Sociali incassa altri 2.023.691 EUR. Che sia questo il “futuro migliore per tutti” che l’ente afferma di voler costruire con “esperienza e dedizione”? Un futuro in cui, l'”inclusione” passa attraverso la cattura e la detenzione di chi è considerato “nemico” da espellere, o quanto meno da bandire e confinare. Questa la loro inclusione, che in un luogo come Milo dimostra di fondarsi solo su un’esclusione definitiva di persone sulla cui pelle guadagnare qualche milione all’anno.

La reclusione nel CPR di Trapani avviene in celle grandi 4 metri per 4, con sei persone all’interno ognuna con un posto in due file di letti a castello che si fronteggiano. Le mura sono talmente alte che, se ti ci ritrovi trasferito, ti impediscono anche solo di avere un’idea della parte di Italia in cui si è finiti.

I trasferimenti di persone tra CPR spesso sono punitivi, tesi a distruggere le reti che con fatica si riescono a costruire, conoscendosi, all’interno e all’esterno dei centri. Si cerca così anche nel CPR di creare divisione tra gli oppressi per tentare di governarli. Da un lato gli “individui pericolosi” che potrebbero convincere i compagni a rivoltarsi: l’amministrazione li trasferisce, li deporta più velocemente o li manda in carcere, non solo per vendicarsi, ma anche per terrorizzare gli altri, che così si vorrebbero ridurre a persone prive di una volontà propria. E’ questo meccanismo che produce la violenza interna e l’ulteriore senso di pericolo per la propria vita che i detenuti stanno sentendo in queste ore dentro il CPR di Trapani. 

Sono recenti, e conseguenti alle disposizioni arbitrarie e infondate su telefoni e telecamere, le notizie di una nuova rivolta al CPR di Trapani, repressa con gli idranti contro i reclusi appositamente chiamati dalle guardie, che in questi casi non esitano a intervenire per reprimere le persone, con alcune parti della struttura rese nuovamente inagibili anche con il fuoco. Giungono voci di violenze estreme non solo da parte dei poliziotti ma anche tra i detenuti stessi, fomentati e supportati dai primi, arrivati in pompa magna in assetto antisommossa ad alimentare le tensioni. Tensioni stimolate e aggravate dall’intera macchina di detenzione in cui le persone razzializzate vengono buttate e portate al limite della sopportazione, tramite abusi e soprusi quotidiani culminanti con la deportazione, che da Milo avviene diversi giorni alla settimana e interessa soprattutto detenuti tunisini, egiziani e algerini.

Quale migliore scusa, se non quella di racconti di violenze tra gli stessi detenuti, per addossare a questi ultimi la colpa delle condizioni insopportabili di vita all’interno del CPR, deresponsabilizzandosi così dalla complicità nella sopravvivenza di una struttura in cui, come in tutte quelle del suo genere, le persone sono letteralmente ammazzate o lasciate morire da sgherri e operatori. Quale migliore occasione se non quella di un conflitto tra reclusi per addossare ad alcuni la colpa del rischio di morte, corso per il fatto stesso di esservi rinchiusi dentro. 

Questo meccanismo diventerà ancora più infame con il nuovo DDL sicurezza: qualsiasi forma di autodifesa, anche la minima come lo sciopero della fame o non eseguire un qualsiasi ordine da parte da parte di personale della cooperativa o guardie, comporterà almeno un anno di detenzione. Se un proprio compagno rimane ferito durante una rivolta, la colpa morale e penale – fino a 20 anni di carcere in caso di morte– ricadrà su chi ha provato a difendersi, lasciando di nuovo i guardiani illesi e il sistema di detenzione razzista legittimato.

Persone recluse testimoniano che dentro il CPR di Trapani ci si sente “come al cimitero, come in una tomba”. 

La sensazione di essere sepolto vivo è costante e aggravata dal fatto che, sistematicamente, le udienze di convalida della detenzione avvengono coi detenuti portati davanti al giudice di pace senza la possibilità di contattare il proprio avvocato.

Dieci giorni fa, aver potuto ricorrere al piano legale ha portato un giovane tunisino a venire liberato, utilizzando una rappresentazione mediatica che ha sottolineato il suo stato di estrema vulnerabilità veicolando una logica di incompatibilità della detenzione in CPR “personalizzata”. Questa a volte permette di liberare persone, ma non riesce ad essere incisiva al fine di un’eliminazione totale di queste stesse strutture. Così come il focalizzarsi sul fatto che mancherebbe una risposta di contenimento poliziesco rispetto a quanto sta succedendo in queste ore dentro Milo rischia di non far vedere che l’unico responsabile del pericolo di vita che c’è dentro il CPR è il confinamento, è la frontiera, è il razzismo di Stato.

Ieri notte, 16 Marzo, un gruppo di persone ha sentito la necessità di mostrare solidarietà ai reclusi recandosi sotto le mura del centro. Il percorso per raggiungere l’area individuata come più consona per comunicare con i detenuti era stato ostacolato da una piccola recinzione, non presente agli ultimi saluti, che è stata tirata giù senza problemi permettendo di raggiungere il luogo dove l’acustica sembra essere migliore sia per chi è fuori che per chi è dentro.

I fuochi d’artificio hanno subito attirato l’attenzione dei prigionieri che hanno risposto con urla, fischi e battiture, urlando “siamo stanchi”, “aiutateci”, “qui dentro si sta di merda”, “libertà”. Il messaggio è arrivato chiaro dall’interno, le persone non ne possono più e sono pronte a tutto per riguadagnare la loro libertà. 

Speravano forse che bastasse un ostacolo materiale a farci desistere dal desiderio di ricordare alle persone dietro a quelle mura che non sono sole, che fuori di lì c’è chi odia CPR e galere, chi riconosce le condizioni infami di vita all’interno per quello che sono: tortura organizzata, che non si potrà cambiare con questa o quella riforma che ne abbellisca un po’ l’immagine, e che sarà tale fin quando anche l’ultimo di questi lager non verrà abbattuto.

Solidalx con lx reclusx

Contro tutte le galere

Fonte: Sicilia NoBorder